DIAMANTE: biografia, bibliografia, critica, opere.

2021 50° Anniversario della morte dell’artista

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Questo sito è un doveroso omaggio a Diamante, nell’intento di documentare, diffondere e promuovere la sua arte. Una attività artistica durata mezzo secolo: le prime opere degli anni ’20 del secolo scorso; la costante presenza nelle Mostre Sindacali udinesi degli anni ’30, che contribuiva ad organizzare; la decorazione di varie chiese del Friuli; la frequentazione con gli altri artisti con i quali esponeva nelle Mostre Collettive così abituali nel Friuli degli anni’40: Pellis, Pizzinato, Tramontin, Anzil, De Cillia, Coceani, Liusso, Tubaro, Piccini; l’amicizia con Fred Pittino; l’adesione insieme a De Rocco all’ “Academiuta” di Pasolini; i trent’anni da insegnante di disegno; l’evoluzione della sua pittura negli anni ’50 e nei più tormentati ’60; il suo tragico 1971.

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info per opere, future mostre o rassegne di pittori friulani, o donazioni di opere ad enti pubblici: vidavittorio@gmail.com

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“Il Centro Friulano Arti Plastiche, attuando i suoi programmi, è lieto di presentare la rassegna retrospettiva del compianto socio-pittore Luigi Diamante, come testimonianza di operosità, nel corso della sua esistenza, silenziosa e schiva di ogni pubblicità, pur nell’assoluta validità della sua opera.” Vittorio Marangone (8/2/1975)

“Luigi Diamante (…) il valido apporto che ha dato all’arte friulana del secondo novecento.” Vittorio Marangone (12/1984)

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Licio Damiani, “Pittura friulana del ‘900”

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DIAMANTE nasce nel 1904 a Udine. Frequenta il Liceo Artistico a Venezia, lavorando anche come disegnatore presso uno studio di architettura. Rimangono, di quel periodo, una serie di studi e rilievi di edifici e monumenti di Udine, alcuni datati 1922.

I primi disegni e dipinti a olio risalgono alla seconda metà degli anni ‘20 . A partire dal 1934 inizia la vita artistica pubblica di Diamante, con la sua presenza alle varie mostre sindacali, insieme agli altri pittori udinesi e friulani, e con la sua partecipazione anche come membro del comitato esecutivo delle esposizioni.

Continuerà poi nella sua vita a frequentare, e con loro ad esporre, artisti suoi contemporanei, amici e soci del Centro Friulano Arti Plastiche quali Pellis, Mascherini, Anzil, Pittino, Tramontin, De Cillia, Merlo, Tubaro, Zigaina, Bront, Liusso, Dora Bassi, Foschiano, Mitri, Miconi, Max Piccini.  

Nel 1937 vince il concorso a cattedre per l’insegnamento di Disegno.

Nel 1939 lavora, con la tecnica dell’encausto, alla decorazione della chiesa di Nogaredo in Prato (Ud). Nel 1943, dopo un periodo di richiamo nell’esercito, lavora all’esecuzione di pannelli per la Mostra della Propaganda a Torviscosa. L’anno seguente, con l’architetto Toso, esegue i rilievi dei principali edifici monumentali di Udine che gli eventi bellici avrebbero potuto danneggiare. Del 1946 sono le decorazioni in graffito delle facciate delle chiese di Manzano e Soleschiano (la Parrocchia di San Lorenzo di Soleschiano ospita una “Crocifissione” ad olio del 1970 acquisita nel 2001 in occasione della ricorrenza del trentennale della morte di Diamante).

Luigi Diamante, 1943 ca.
Chiesa di Santa Maria Assunta, a Manzano (UD)
https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_Assunta_(Manzano)

I progetti, insieme ad altri lavori e studi per affreschi nelle chiese di Lauzacco, Driolassa e Godia, insieme a tutto il materiale documentale della carriera artistica, si trovano presso la Biblioteca Comunale di Fossalta di Portogruaro (Ve), paese natale della moglie.

Nel 1947 inizia a insegnare Disegno nella Scuola Media “Manzoni” di Udine, presso la quale rimarrà fino alla sua morte. Nella sede della scuola, in Piazza Garibaldi, è ospitato un suo dipinto ad olio di grande formato. Negli anni ’50 e ’60 Diamante continua a dipingere senza che intervengano fatti esteriori particolarmente notevoli, a parte alcuni viaggi in Italia e all’estero, tra i quali quelli in Germania e Austria (sulle orme del Tiepolo) nel ’62, e in Francia (sulle orme degli Impressionisti) nel ’64; viaggi che documenta con numerosissimi schizzi e disegni. Continua, anche, pur nel suo modo schivo e riservato, la sua attività espositiva in numerose mostre collettive, personali, concorsi ed ex-tempore. Durante uno dei soggiorni nella campagna di Fossalta di Portogruaro, niente fa presagire la sua tragica scomparsa, in un’alba di Febbraio del 1971.

Fred Pittino, “L’amico Diamante”, 1970

Diamante ha lasciato più di 400 dipinti a olio e molte centinaia di opere con tecniche diverse (acquerelli, tempere, pastelli, disegni e altro). Molte opere sono in collezioni private o presso gli eredi; numerose quelle acquistate e acquisite con la donazione Vida dal Comune di Fossalta di Portogruaro, che ha dedicato a Luigi Diamante una Quadreria Comunale nella barchessa della Villa Mocenigo di Alvisopoli; altre sono presso enti ed istituzioni; altre ancora nel Museo Civico di Pordenone.

La documentazione della carriera artistica di Luigi Diamante si trova presso l’Archivio Storico della Biennale di Venezia.

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UDINE E DIAMANTE

SITO DEL COMUNE DI UDINE

SITO DELLA SOPRINTENDENZA ALLA GALLERIA D’ARTE MODERNA DI UDINE

DIAMANTE in Villa Manin, Passariano, 2011

DIAMANTE in Villa Manin, Passariano, 1988

Artista schivo ed estroso, nel corso della sua cinquantennale carriera artistica è stato comunque presente in numerosissime mostre, sia collettive che personali, a partire dalle primissime e storiche Mostre Sindacali d’Arte degli anni ’30 con le quali gli artisti udinesi esponevano le loro opere nella Loggia del Lionello a Udine, continuando, fino a giungere a più di un centinaio di esposizioni sia in Italia che all’estero, fino alla sua ultima  personale del 1971 a San Michele al Tagliamento.

Sono poi seguite diverse mostre antologiche retrospettive e celebrative: le più importanti e complete quella nel 1974 a Pordenone, con la pubblicazione di una Monografia curata da Dino Menichini, Giancarlo Pauletto e Luciano Padovese, e quella nel ’76 a Udine, presso il Centro Friulano Arti Plastiche. Altre nel 1986 a Zurigo,  nel 1987 a Portogruaro, nel 1990 a Fossalta di Portogruaro. Altre importanti rassegne che hanno ospitato sue opere: nel 1988 a Villa Manin di Passariano “La Provincia e l’Arte:100 opere del Novecento di proprietà dell’Amministrazione Provinciale di Udine”; nel 1997 a Villa Varda di Brugnera (PN). 

(a cura di Vittorio Vida)

Monografia. 1974, Edizioni d’Arte, Pordenone

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DIAMANTE AL MUSEO CIVICO DI PORDENONE

                                                                                                                                                    

Solitario anche come pittore, non si legò a movimenti e a correnti. Negli anni dai ’30 ai ’50 la pittura di Diamante, familiare ed intimistica, si esprime con colori chiari, contrappuntati da ombre risentite con gusto quasi ancora ottocentesco; ma il tutto emana una pulizia ed una felicità visionaria che era semplicità gioiosa di sentire.  Nel dopoguerra, le sue opere ad olio, tempera ed acquerello nascono con un senso del colore più materico, che comincia a prevalere sul disegno; Diamante, pur continuando ad esprimersi nella grafica sempre da grandissimo disegnatore, si avvia verso una composizione che viene costruita dal colore stesso. La luce viene bloccata in una densità di colore sugosa, tutta crepiti e arricciamenti, come si vede in certi paesaggi friulani. Ma c’è ancora serenità e contemplazione gioiosa della natura e della vita.

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DIAMANTE nella collezione di Carlo Paludetti.

La collezione di Carlo Paludetti consta di circa 130 dipinti di oltre ottanta artisti attivi in Friuli nel secolo scorso: Afro Basaldella, Giorgio Celiberti, Giuseppe Zigaina, Getullio Alviani, Domenico Someda, Giovanni Pellis, per citarne alcuni. Due sono le opere di Diamante presenti nella collezione, pubblicata in un catalogo nel 2011 da Ribis Editore Udine: “Pittura Friulana del ‘900 – la collezione di Carlo Paludetti”, con la presentazione della dott. Isabella Reale e con testi curati da critico Licio Damiani.

http://www.arte.it/calendario-arte/udine/mostra-la-pittura-friulana-del-900-4820

Negli anni sessanta non più tinte chiare; gli azzurri cupi, i verdi marci dominano la tela come l’anima; l’immagine, come l’anima, si sfalda con una muta disperazione, nell’impeto della pennellata impetuosa, talora scomposta. Rabbia o smarrimento: questo trasmette l’impasto, sempre sapiente, sempre carico di emozione poetica, pur in quell’annullarsi espressionista. Tutto questo, però, nel chiuso del suo studio, saturo del suo “io” più segreto. Fuori, invece, immerso nei suoi amati paesaggi friulani o del veneto orientale, nel disegno, nei veloci pastelli nei quali è l’immagine che comanda, non il pensiero, la natura del mondo, non la propria, lì, all’aperto, lì sono le pause di riposo, con tratti e colori ancora sereni e brillanti. Riposo da un tormento interiore che porterà fatalmente e tragicamente al lacerarsi della tela della sua vita.

1971, IL SUO ULTIMO, EMBLEMATICO, AUTORITRATTO

                                                                             (da: Licio Damiani, Giancarlo Pauletto, Vittorio Vida)


L A C R I T I C A

Da “ARTE DEL NOVECENTO IN FRIULI”, Licio Damiani, ed. Del Bianco, Udine, 1982

“Luigi Diamante (…);la sua opera ricca, nei momenti migliori, di sapienza professionale,di forza espressiva e di intensità sentimentale. (…) I colori erano chiari, le ombre risentite, come nell’Autoritratto del 1930, ma da tutto emanava una pulizia, una cadenza sommessa, una gioiosità visionaria che era semplicità di sentire. Dopo il 1945 il senso del colore vivo, inteso come materia che si disfà in luce, prevalse sul disegno. E’ il colore, insomma, a costruire la composizione. Si vedano certe Venezie o certi Paesaggi friulani, solari, fragranti di pigmento, crepitanti di succhi intensi e squillanti. Ci sono rossi compatti e violenti, gialli sonanti, improvvisi tocchi di teneri rosati e di verdi. Il quadro sembra comporsi nel momento in cui è osservato, bloccando la luce in una densità sugosa, tutta crepitii e arricciamenti. Lo spirito, però, è ancora sereno. E’ dopo la metà del 1965 che la pittura di Diamante diventa drammatica. Scompaiono le tinte chiare, prendono forza gli azzurri cupi, i verdi marci. L’immagine si scompone e si sfalda nel tormento d’una pennellata impetuosa, piena di foga, sottesa come da una disperazione muta. La composizione narra una vicenda coloristica sincopata, palpitante, sapiente negli impasti, resa con forte carica gestuale, con una sorta di rabbia e di smarrimento. Echi del fratto e violento linguaggio di Kokoschka si intrecciano con l’irruenza materica derivata forse da Pollock e con la drammaticità cupa di Roualt. La serenità degli anni precedenti è come travolta da un furente nichilismo espressionista in cui la bravura tecnica dell’artista esprime anche un’alta emozione poetica.” LICIO DAMIANI

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8/4/1948 “…convincente Diamante che aveva due schizzi di figura e tre disegni di paesaggio fra i quali sceglieremmo le due piazze udinesi.”  Arturo Manzano.

9/1/1969 “…Tra gli undici presenti emerge senz’altro,ancora una volta, Luigi Diamante,dal colore fortemente impressionistico a rapporti complementari …” Carlo Mutinelli

27/10/1970 “Disegni e dipinti a olio dell’udinese Luigi Diamante, nella galleria del Quadrifoglio a Udine.Il pittore, che espone da quasi quarant’anni,è rimasto fedele alla rappresentazione oggettiva, paesaggi e figure, rifacendosi in certo qual modo al fare impressionista, ma agitandolo, innervosendolo,esasperandolo con iperboli espressionistiche che mettono nei dipinti come un affanno,come una furia devastatrice. Soprattutto gli impasti, che si sovrappongono a caricare le forzature, corrispondono a quell’affanno, a quell’urgenza di romperla con gli schemi, di accantonare ogni atto contemplativo come non ci fosse più posto per esso in un mondo di lotta e di violenza.” ARTURO MANZANO

23/10/1970 “Di Luigi Diamante, che espone in questi giorni alla galleria udinese Il Quadrifoglio, si potrebbe dire:Diamante ovvero l’onestà del mestiere. Semplice e sincero di temperamento, Diamante è semplice e sincero anche nella sua pittura. Legato ai temi e ai problemi della sua terra, Diamante non si è mai allontanato da essi, così come non si è mai allontanato da un postimpressionismo figurativo tradizionale. Si è rinnovata la tavolozza del pittore, che spesso gioca su toni morbidi e accordati, ma la sua concezione della vita, severa e dolente, ma austeera e schiva, è la stessa: lo denota la robusta e movimentata scena di osteria, il composto ritratto di signora, la veduta del rustico a Dolegnano, mentre scende la sera.” GABRIELLA BRUSSICH

1971 “Diamante, fedele da sempre al figurativo, è uno di quegli artisti per i quali la pittura rappresenta ancora un rifugio di bellezza. E non importa se questa bellezza assume movimenti lirici o drammatici. Essa è sentita sempre come coronamento del reale, come sua forma ideale, in cui non esistono miserie, e l’immagine femminile assume valori simbolici e la pace di un porticciolo può ancora illudere su un ordine immutato delle cose che segue l’antico ordine della natura nel suo flusso e riflusso ricorrente.”    LICIO DAMIANI

1971 “Dall’immagine sfuocata e incompleta discende l’avvertimento di un sentire tormentato, che non si soddisfa in un semplice vedere e misurare e rifare la realtà oggettiva.Con essa sembra piuttosto questionare e al dono dell’ente chiede aiuto, consolazione e salvezza.Per questo intravvedo nelle opere di Luigi Diamante, pittore friulano, capacità e nobiltà.”   Berto Morucchio8/2/1975 “Il Centro Friulano Arti Plastiche, attuando i suoi programmi, è lieto di presentare la rassegna retrospettiva del compianto socio-pittore Luigi Diamante, come testimonianza di operosità, nel corso della sua esistenza, silenziosa e schiva di ogni pubblicità, pur nell’assoluta validità della sua opera.” VITTORIO MARANGONE


Bibliografia

  • III Mostra Sindacale d’Arte, Catalogo, 1936
  • IV Mostra Sindacale d’Arte, Catalogo, 1938
  • Archivio storico d’arte contemporanea Biennale di Venezia, 1952
  • La revue moderne des arts et de la vie, Parigi, 1968
  • Dino Menichini, Giancarlo Pauletto, Luciano Padovese, Diamante, Pordenone, Centro di iniziative culturali, Edizioni d’Arte, 1974
  • Licio Damiani. Arte del Novecento in Friuli, Del Bianco editore, 1982
  • Acquisizioni e restauri, Musei Civici di Pordenone, 1983
  • Luigina Bortolatto. La realtà dell’immaginario: opere d’arte del XX secolo nelle Raccolte Pubbliche delle Regioni Friuli V.G., Trentino A.A., Veneto, Treviso, Soc. Industriale Tipografica, 1987
  • Licio Damiani. La Provincia e l’arte – 100 opere di pittura e scultura del ‘900 di proprietà dell’Amministrazione Provinciale di Udine, Centro iniziative per l’arte e la cultura, 1988
  • Giancarlo Pauletto. Il Veneto orientale nei disegni di Luigi Diamante, Latisana (UD), Edizioni rivista la Bassa, 1990
  • Giancarlo Pauletto. I colori della terra – Arte e vita contadina nella Destra Tagliamento, 1900–1960, Provincia di Pordenone e Regione Friuli V.G., 1997
  • Licio Damiani. Friuli-Venezia Giulia: L’arte del novecento, Biblioteca dell’immagine, Pordenone, 2001
  • Giancarlo Pauletto. I volti dell’arte: autoritratti e ritratti d’artista nel Friuli occidentale, 1882-1984, Catalogo, Pordenone, Museo Civico d’Arte e Comune di Pordenone Editore, 2005

Un quadro al giorno: “Forni di Sotto”

Articolo di Francesco Lamendola

Pubblicato sul sito “Arianna Editrice” il 28/10/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 Ottobre 2017

Composizione e testo di Francesco Lamendola

Un uomo piccolo e magro entra nella classe, in un silenzio che si potrebbe tagliare col coltello. Ha la barba mal rasata, indossa una giacca di lana sportiva e i suoi occhi brillano di una luce penetrante, mobilissima. Non certo giovane – ha più di sessant’anni – si muove a scatti, con una nervosa agilità, come se il tempo non gli pesasse minimamente. Nei banchi, i ragazzi trattengono il fiato: lo stimano, ma ne hanno anche un sacro terrore. Le sue sfuriate sono memorabili. È il professore di disegno, Luigi Diamante: un pittore che ha fatto dell’arte la sua ragione di vita e che vorrebbe trasmettere loro almeno un po’ di quel sacro fuoco indomabile, che lo consuma. Chi, come lo scrivente, ha avuto il privilegio di trovarsi seduto su quei banchi, e di farsi piccolo, come tutti gli altri, quando il professor Diamante si accingeva a interrogare qualcuno, non ha più dimenticato i suoi modi, la sua voce, la sua genialità, la sua lezione di vita.

I suoi studenti, li mandava in giro per la città armati di un blocco e una matita. Niente gomma e, soprattutto, niente strumenti: mai, per nessuna ragione. «Quattro segni!» era il suo motto, che non si stancava di ribattere loro nel cervello: intendendo dire che, per esprimere un paesaggio, non c’è bisogno di tanti particolari: bisogna saper andare all’essenziale, cogliere l’anima delle cose. Quattro segni veloci, decisi, senza ripensamenti: quattro segni di matita per catturare una casa, un cortile, una via; per dare vita e movimento a un foglio di carta.

“Quattro segni!”

E che scoppi d’ira, se si accorgeva che qualcuno aveva cercato di abbellire il proprio disegno con l’aiuto del righello o della squadra! Per lui, non c’era delitto peggiore di quello. Detestava il conformismo. Non ammetteva furbizie e piccole scappatoie; era un puro e, forse, un puritano.

L’arte, per lui, era tutto. Era anche modesto, come quasi tutti i friulani. Non parlava mai di se stesso, delle sue opere; solo in seguito i suoi ragazzi vennero a sapere che era un pittore, e un pittore di valore; anche se, come succede, i maggiori riconoscimenti gli son venuti, purtroppo, dopo la morte. Un brutto giorno, alcuni anni dopo, in città si sparse la notizia che il professor Diamante era morto. Si diceva a mezza voce che era morto tragicamente. Tutti coloro che gli hanno voluto bene, che lo hanno ammirato e che hanno contratto un debito di gratitudine nei suoi confronti, sono rimasti profondamente scossi. Ma non vogliamo ricordarlo così, Luigi Diamante, quando – carico di angosce e di preoccupazioni – fu sopraffatto dal senso di impotenza e decise di farla finita. No, non così: ma come quel professore pieno di entusiasmo, come quell’uomo pieno di vita e di un’energia travolgente, irresistibile, contagiosa, che riempiva di sé tutta la scuola.

Un uomo fuori dal comune; un uomo posseduto da una sola, grande passione; un uomo raro, capace di comprendere e valorizzare le capacità dei giovani; un uomo intelligente e buono, dietro la ruvida scorza del burbero intransigente. Un maestro che, anche a distanza di tanti anni, è rimasto nitido nella memoria di quanti l’hanno conosciuto.

Il percorso artistico di Luigi Diamante è stato lungo ed intenso e copre un arco di mezzo secolo, dall’inizio degli ai Venti al principio del 1971. Nelle ultime opere, più tormentate, ma anche più complesse e strutturalmente elaborate, la tavolozza si fa più scura, il tratto più nervoso, la pennellata più densa e pastosa, quasi espressionista.

Anche nei disegni, e soprattutto nei ritratti, si nota la tendenza a concretizzare il disvelamento del lato nascosto della realtà, mediante un tratto svelto ed assai vigoroso; una linea che, michelangiolescamente, sembra quasi voler sottrarre ciò che è superfluo, piuttosto che aggiungere elementi compositivi. In un certo senso, i ritratti a matita, ma anche quelli ad olio, come il notevole «Autoritratto» dallo sguardo penetrante e dalla atmosfera vangoghiana, sono anche e soprattutto degli studi psicologici, dei momenti di intensa verità interiore.

“In lettura”, 1970 “Mio padre”, olio, 1940

L’opera su cui vogliamo soffermare adesso la nostra attenzione, però, appartiene a una fase più serena e luminosa del percorso artistico di Luigi Diamante. Si tratta della tela a olio intitolata «Forni di Sotto» (cm. 31 x 37), del 1930, e ci immerge in un clima più disteso, dalla tavolozza schiarita e dalla linea più dolce e armoniosa.

Luigi Diamante amava la montagna, ai cui paesaggi ha dedicato parecchie opere. Al tempo stesso, gli oggetti della sua pittura – e questo vale anche per i paesaggi alpini – non hanno mai una funzione decorativa, non sono mai semplicemente descrittivi. I suoi paesaggi, come quelli di Gauguin o di Van Gogh, hanno un’anima da raccontare; o, per dir meglio, sono essi stessi “anima”. Così come nei ritratti egli punta dritto verso l’anima delle persone, così nei paesaggi sa andare direttamente fino all’anima dei luoghi.

Negli anni Venti e nei primi anni Trenta – il periodo cui appartiene Forni di Sotto – i suoi paesaggi preferiti sono i poveri borghi di paese o della periferia cittadina; le giostre e i baracconi circondati dalle case popolari e da un po’ di verde urbano; qualche orticello o giardinetto racchiuso nella cerchia di vecchi edifici; o, ancora, delle umili abitazioni ricoperte dalla neve, sotto un cielo livido e triste, come nella Montmartre ancor quasi rurale di Maurice Utrillo.

“Alle giostre”, 1920?. La prima opera di Diamante conosciuta e rimasta.

Da quelle tele, raramente animate dalla presenza umana, si comunica un senso di abbandono, di solitudine, di tristezza e, talvolta, di squallore; eppure, al tempo stesso, anche un senso di verità, di rude, austera semplicità e schiettezza: come se la vita avesse cose troppo importanti di cui occuparsi, che non la bellezza esteriore.

Sono opere commoventi, a loro modo: testimonianze di un tempo – che oggi sembra così lontano, ma che è trascorso tanto in fretta – in cui essere poveri non era ancora motivo di vergogna, perché era una condizione relativamente comune; e in cui il linguaggio delle cose era fatto di una sobria, pudibonda e quasi scontrosa nudità.

La madre del pittore

(…)

Nel quadro Forni di Sotto possiamo ammirare un momento insolitamente sereno nell’itinerario di questo artista inquieto, colto con la morbidezza cromatica e con la nitidezza formale che appartengono a certe opere della prima maniera di Eduard Munch; e con una vena sottilissima e quasi impercettibile di vaga inquietudine.

Sulla sinistra, in primo piano, una baita di legno, della quale si scorge solo uno spigolo e l’angolo del tetto: colta in controluce, spicca fortemente, col suo marrone scuro, sulle tinte più tenui del secondo piano. Al centro, una stradina che taglia per i prati, in una prevalente tonalità color ocra e marroncino: la stagione, dunque, è autunnale. Sulla destra, una casa a due piani rappresentata quasi per intero, con il duplice tetto spiovente, con il cancelletto di legno e le piccole finestre, e con l’alto camino che pare il fumaiolo d’una nave a vapore.

Sullo sfondo, una nuda montagna piramidale color indaco, che risalta contro il crema della casa e  il marroncino dei pascoli ; e, sopra di essa, un cielo azzurrino che rischiara la scena, ma senza illuminarla veramente; perché la scena è luminosa, ma di una luce diffusa e senza sole – come, appunto, nelle giornate autunnali in montagna. Le superfici di colore sono relativamente uniformi; l’aria è nitida; i contorni degli oggetti – la strada, le due case, la montagna dominante – sono netti, senza sfumature. L’intera scena ha la dolcezza malinconica e l’estatico raccoglimento di un’abbazia immersa nel silenzio: è una scena religiosa nella sua francescana, disadorna bellezza e nel senso di accettazione della vita che è proprio degli spiriti umili. La si direbbe la traduzione sulla tela dei canoni della “poesia onesta” di Umberto Saba: pittura di verità, che non vuole abbellire le cose, perché esse possiedono già una soavità intrinseca e inconsapevole, come quella di una fanciulletta che non sa ancora di essere bella.

Forni di Sotto è un omaggio alla vita, ai ritmi della natura, ai silenzi carichi di musica interiore, alla struggente purezza del reale. È l’opera di un artista puro, che vede nel mondo una finestra spalancata su noi stessi, sulla nostra verità di esseri umani.Per questo, la montagna dipinta da Luigi Diamante non è né romantica, né eroica, né grandiosa, né sublime. È semplice e quasi dimessa, come lo sono (o, forse, lo erano) le donne del Friuli, abituate a una vita di lavoro, di sacrifici, di solitudine: con i figli e i mariti emigranti, e una casa da mandare avanti, nonostante tutto.

“Testa carnica”, 1934 “Angiolina”, 1934

Eppure è una montagna colta con amore, con delicatezza, con tutto il pudore di un animo gentile; una montagna che parla al cuore, sena bisogno d’inutili discorsi. È la Carnia nobilmente povera, ma fiera, cantata da Carducci ne  Il comune rustico. Se non siete mai stati in Carnia, guardate questo quadro di Diamante.  Quelle due case e quel monte sullo sfondo vi diranno più cose su di essa e sulla sua gente, di quante non potrebbero mai dirne più di cento discorsi.

UNA CURIOSITA’

La moglie, Vittorina, lo ha sempre seguito nel suo lavoro; spesso lo invitava (con scarso successo) a non eliminare, ridipingendo ad olio, opere precedenti. Un giorno arrivò a chiedergli una dichiarazione scritta. L’accontentò. Ma posso testimoniare che negli anni seguenti in cui vissi con loro quell’impegno fu più volte disatteso da mio zio… . E la zia continuò a rivolgergli la parola… V.V.

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Diamante nella Patrie dal Friûl

Luîs Diamante. La Patrie dal Friûl. Art e culture – n. 8-9/Avost-Setembar 2003

UN MESTRI DI PITÔR

Luîs Diamante

Tal 2004 al cole il centenari dal pitôr udinês Luigi Diamante (Udin 1904 – Fossalte 1971). La famee, cu la colaborazion dal professôr Vittorio Vida (vida.v@libero.it), e à vierzût il sît: www.luigidiamante.it, ch’al proferìs biografie, bibliografie, critiche e oparis dal artist.

Dut il matereâl al è a disposizion dai archîfs e dai centris di documentazion. Ma si domande ancje la colaborazion di cui ch’al ten cont oparis o gnovis su Diamante di prin dal 1950 par insiorâ la documentazion sul artist, ch’e vegnarà tignude cont ca di Villa Mocenigo, a Mulinat di Fossalte, dulà ch’e je stade progjetade un’esposizion permanente des oparis compradis dal Comun e de donazion Vida (orepresint studis, stampons, progjets, aponts e documents de sô ativitât artistiche e des 140 mostris e concors ch’al à partecipât a son li de Biblioteche comunâl e dal Centri culturâl “Ippolito Nievo” di Fossalte).

Diamante, “Ippolito Nievo”. (Biblioteca Comunale di Fossalta di Portogruaro)

De sô produzion a restin passe 400 dipints a vueli e centenârs e centenârs di oparis cun svareadis tecnichis (acuerei, temparis, pastei, disens…), ce in colezions publichis ce in colezions privadis. Ancje alì dal Archîf storic di art contemporanie de Bienâl di Vignesie e je tignude cont une copie de documentazion dal so itinerari artistic. Tal passât, cu lis jentradis de vendite des oparis di Diamante a son stadis fatis sù 3 scuelis in Indie, midiant de associazion furlane “I nostri amici lebbrosi”.

Ancje se i prins disens a son dai agn dal ’20, si pues dî che la vite artistiche publiche di Diamante e comence tal 1934, cu la partecipazion a lis mostris sindicâls. Prin al veve frecuentât il Liceu artistic di Vignesie e al veve lavorâ come disegnadôr intun studi di architeture. Tal 1937 al à vinçût il concors d’insegnant di disen. La prime vore publiche e je la decorazion de glesie di Nearêt di Prât. Tal 1946 al à decorât lis façadis des glesiis di Manzan e di Solescjan. Tal paîs de femine, a Fossalte, a son i siei progjets e i studis pes voris tes glesiis di Lauçà, Durlasse e Godie. Dal 1947 a la muart al insegne disen te scuele miezane “Manzoni” di Udin e intant al fâs i siei viaçs di studi in Austrie e Gjermanie, su lis olmis dal Tiepolo, e in France par cognossi i Impressioniscj.

Cussì lo ricuarde il poete Dino Menichini te Monografie “Diamante”

…E in lenghe Furlane:

Intune des sôs plui bielis pagjinis, Dino Garrone al scrivè: «Al è destin che ju amîs a un ciert moment si vedi di pierdiju: a muerin o a van vie». Luîs Diamante al è muart, no nus reste nancje la sperance di viodisal a comparî, une dì, cu la sô inficje un pôc plete di un che masse adore al è stât tratât in male maniere da la vite, che i presentave conts masse di pôc par podê fâlu discjoli des sôs meditazions, cundut che a rivavin adore di fâi pleâ la sô schene no i lassavin piç di segnâl intal so spirt.

Cetancj sono i fats che mi fasin pensâ a Luîs Diamante? Magari cussì no indi è masse par che di un mac di fîi cussì penç e cence numar o rivi a olmâ un cjaveç che al sedi il plui significatîf, il plui just (…). Ve mo, il ricuart plui clâr che o ai di Luîs Diamante e je la schirie lungje di cjacaradis fatis in cjase mê o inte redazion dal “Messaggero Veneto”, o par cualchi strade di Udin, dulà che lui al jere nassût e che ancje io, ben o mâl, o soi deventât citadin raventât. Jo a pît (o soi nassût, o ai vivût e o murirai pidon), lui in biciclete. Al dismontave biel planc de sente, mi slungjave la man, si meteve in bande di me e si passavisi informazions sul nestri lavôr. Po il discors al leve a finîle dal infalibil su la piture, su la scuele, sul Friûl. Nol coventave sei grancj esperts di psicologjie par rivâ a capî che a jerin chei ju argoments che i stavin tal cûr, parcè che cjacarantint si infogave; si restave cuissà cetant timp fers sul ôr de strade (lui tignint salt il manuvri de sô biciclete e jo la mê scjatule dai spagnolets), judant il discors ancje cu lis mans, ma no plui di tant, salacôr tant che chei di une volte, che no i tignivin a dâ masse tal voli. Ah, cumò mi soven di un so moment di maravee. Al fo cuant che cjacarantmi de sô passion par Ipuelit Nievo, jo i palesai che mi vevi  indotorât propit fasint une tesi che e rivuardave l’opare dal Nievo sul Friûl. Mi fissà dut sberlufît, contenton; e al tacà a dîmi che lui al veve a man ducj i lûcs furlans dal Nievo, e che di ognidun al veve fat sdrumis di disegns.

Il Friûl. Cetancj ano volût ben al Friûl, no pretint di plui, tant che i à volût Luîs Diamante? Sigûr, stant che si trate di un artist, di un pitôr, si sarès menâts a pensâ che chel amôr al fos leât a strent cu la piture, cu l’art. Cemût no? Al è vêr ancje chest. Ma par lui il Friûl al jere une vore di plui che no un «piçul struc dal univiers» che indi cjacarave il “so” Nievo, il “nestri” Nievo: al jere l’univiers intîr. Un univiers, duncje, che nol cjapave dentri dome il paisaç – planuris, cuelinis, monts e marinis – ma ancje l’om: anzit, massimementri l’om. Albis, misdìs, amonts, il dâsi la volte des sesons e la varietât dai colôrs intal sflandorâ e intal smavidîsi de lûs; ma no isal simpri stât cussì, di cuant che al è mont? (…). Al cjacarave de sô piture come cjapât, cun passion, cun afiet, ma ancje cun malcontentece, parfin cun rabie. Ricognossiments, massime intai ultins agns, no i vevin mancjât: o scugnivi jo vinci la sô contrarietât, fâi cuintri a la sô volontât par fâmi dâ aponts par podê meti cualchi note di croniche sul sfuei cuant che mi spiave – salacôr cun esitance, di sigûr ingusît – che al jere stât acetât a fâ une mostre-concors impuartante, che i vevin dât un premi. «Ch’al fasi lui», mi diseve; ma no vevi di zontâ nancje une peraule di preseament, no une rie di laut o di indalegrament o di auguri: daûr dal nestri pat no dit e no scrit (une fate di complicitât che nus faseve sei plui che no doi amîs), e veve di sei une notizie secje e sclete, cuntun titulut che al jere in pratiche il struc dal scrit, che al faseve deventâ in sostance inutil il test. Il so pudôr si pandeve ancje cussì, cun chê sô brame e voie di restâ lontan de notorietât, fûr di ogni scjas. Modestie? Sì, di sigûr, ma massime – mi permet di insisti – pudôr, che al è tant che dî rispiet di se, che po al jere ancje rispiet par chei altris. Parcè che jo o sfidi cuisisedi a cjatâ fûr un – dome un – che al puedi contindi che Luîs Diamante al vedi palesât blasim o invidie par un artist. Lu san ducj che il mont artistic (e no dome chel talian) si ten sù sore des inimiciziis e sui cavii, su lis svantariis e su lis gjambadoriis. O crôt che mai, in dut il timp dai 67 agns de sô vite (al jere nassût ai 24 di Setembar dal 1904, e muart a Fossalte di Puart ai 22 di Fevrâr dal 1971), Luîs Diamante nol vedi mai vût une peraule di censure par un so coleghe (…).

Al à vût insegnât disegn a Udin e a Gurize, nol à mai dineât di lâ a insegnâ intune scuele serâl a Pradaman – un paîs a cualchi chilometri di Udin, dulà che al leve simpri in biciclete, cun ogni timp – intai agns plui neris dal vincjeni neri che al vè «in gran dispitto». I siei arlêfs us disaran che a prin colp a restavin intrunîts de sô maniere di fâ lezion. Ur cjacarave di musiche e di leteradure, di storie e di matematiche; di dut. “Ancje” di disegn; ma come se il disegn nol fos stât la materie che si veve patentât par insegnâ, ma ben une des tantis materiis scuelastichis che al mostrave di sei preparât in maniere ecelente, scrupulose e une vore atualizade. Po, un pôc a la volte, chei fantacins a capìrin che al lôr mestri di disegn i premeve che lôr a vessin vût di imparâ massimementri pe vite, che  chel professôr, che nol stave mai sentât daûr de catidre e che al cjaminave simpri sù e jù framieç dai bancs, al veve capît, cun bon anticip suntune vore di siei coleghis, che la scuele e à prime di fâ jeve sun dutis lis capacitâts dai zovins e daspò – ma dome daspò – su lis lôr vocazions plui marcadis.

Dino Menichini

  (Traduzion di Rem Spicemei)

https://it.wikipedia.org/wiki/Dino_Menichini

                                                           

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