DIAMANTE nasce nel 1904 a Udine. Frequenta il Liceo Artistico a Venezia, lavorando anche come disegnatore presso uno studio di architettura. Rimangono, di quel periodo, una serie di studi e rilievi di edifici e monumenti di Udine, alcuni datati 1922.

I primi disegni e dipinti a olio risalgono alla seconda metà degli anni ‘20 . A partire dal 1934 inizia la vita artistica pubblica di Diamante, con la sua presenza alle varie mostre sindacali, insieme agli altri pittori udinesi e friulani, e con la sua partecipazione anche come membro del comitato esecutivo delle esposizioni.

Continuerà poi nella sua vita a frequentare, e con loro ad esporre, artisti suoi contemporanei, amici e soci del Centro Friulano Arti Plastiche quali Pellis, Mascherini, Anzil, Pittino, Tramontin, De Cillia, Merlo, Tubaro, Zigaina, Bront, Liusso, Dora Bassi, Foschiano, Mitri, Miconi, Max Piccini.  

Luigi Diamante, 1943 ca.

Nel 1937 vince il concorso a cattedre per l’insegnamento di Disegno. Nel 1939 lavora, con la tecnica dell’encausto, alla decorazione della chiesa di Nogaredo in Prato (Ud). Nel 1943, dopo un periodo di richiamo nell’esercito, lavora all’esecuzione di pannelli per la Mostra della Propaganda a Torviscosa. L’anno seguente, con l’architetto Toso, esegue i rilievi dei principali edifici monumentali di Udine che gli eventi bellici avrebbero potuto danneggiare. Del 1946 sono le decorazioni in graffito delle facciate delle chiese di Manzano e Soleschiano (la Parrocchia di San Lorenzo di Soleschiano ospita una “Crocifissione” ad olio del 1970 acquisita nel 2001 in occasione della ricorrenza del trentennale della morte di Diamante).

Chiesa di Santa Maria Assunta, a Manzano (UD)
https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_Assunta_(Manzano)

I progetti, insieme ad altri lavori e studi per affreschi nelle chiese di Lauzacco, Driolassa e Godia, insieme a tutto il materiale documentale della carriera artistica, si trovano presso la Biblioteca Comunale di Fossalta di Portogruaro (Ve), paese natale della moglie.

Nel 1947 inizia a insegnare Disegno nella Scuola Media “Manzoni” di Udine, presso la quale rimarrà fino alla sua morte. Nella sede della scuola, in Piazza Garibaldi, è ospitato un suo dipinto ad olio di grande formato. Negli anni ’50 e ’60 Diamante continua a dipingere senza che intervengano fatti esteriori particolarmente notevoli, a parte alcuni viaggi in Italia e all’estero, tra i quali quelli in Germania e Austria (sulle orme del Tiepolo) nel ’62, e in Francia (sulle orme degli Impressionisti) nel ’64; viaggi che documenta con numerosissimi schizzi e disegni. Continua, anche, pur nel suo modo schivo e riservato, la sua attività espositiva in numerose mostre collettive, personali, concorsi ed ex-tempore. Durante uno dei soggiorni nella campagna di Fossalta di Portogruaro, niente fa presagire la sua tragica scomparsa, in un’alba di Febbraio del 1971.

Fred Pittino, “L’amico Diamante”, 1970

Diamante ha lasciato più di 400 dipinti a olio e molte centinaia di opere con tecniche diverse (acquerelli, tempere, pastelli, disegni e altro). Molte opere sono in collezioni private o presso gli eredi; numerose quelle acquistate e acquisite con la donazione Vida dal Comune di Fossalta di Portogruaro, che ha dedicato a Luigi Diamante una Quadreria Comunale nella barchessa della Villa Mocenigo di Alvisopoli; altre sono presso enti ed istituzioni; altre ancora nel Museo Civico di Pordenone.

La documentazione della carriera artistica di Luigi Diamante si trova presso l’Archivio Storico della Biennale di Venezia.

Artista schivo ed estroso, nel corso della sua cinquantennale carriera artistica è stato comunque presente in numerosissime mostre, sia collettive che personali, a partire dalle primissime e storiche Mostre Sindacali d’Arte degli anni ’30 con le quali gli artisti udinesi esponevano le loro opere nella Loggia del Lionello a Udine, continuando, fino a giungere a più di un centinaio di esposizioni sia in Italia che all’estero, fino alla sua ultima  personale del 1971 a San Michele al Tagliamento.

Sono poi seguite diverse mostre antologiche retrospettive e celebrative: le più importanti e complete quella nel 1974 a Pordenone, con la pubblicazione di una Monografia curata da Dino Menichini, Giancarlo Pauletto e Luciano Padovese, e quella nel ’76 a Udine, presso il Centro Friulano Arti Plastiche. Altre nel 1986 a Zurigo,  nel 1987 a Portogruaro, nel 1990 a Fossalta di Portogruaro. Altre importanti rassegne che hanno ospitato sue opere: nel 1988 a Villa Manin di Passariano “La Provincia e l’Arte:100 opere del Novecento di proprietà dell’Amministrazione Provinciale di Udine”; nel 1997 a Villa Varda di Brugnera (PN). 

(a cura di Vittorio Vida)

Monografia. 1974, Edizioni d’Arte, Pordenone

                                                                                                                                                    

Solitario anche come pittore, non si legò a movimenti e a correnti. Negli anni dai ’30 ai ’50 la pittura di Diamante, familiare ed intimistica, si esprime con colori chiari, contrappuntati da ombre risentite con gusto quasi ancora ottocentesco; ma il tutto emana una pulizia ed una felicità visionaria che era semplicità gioiosa di sentire.  Nel dopoguerra, le sue opere ad olio, tempera ed acquerello nascono con un senso del colore più materico, che comincia a prevalere sul disegno; Diamante, pur continuando ad esprimersi nella grafica sempre da grandissimo disegnatore, si avvia verso una composizione che viene costruita dal colore stesso. La luce viene bloccata in una densità di colore sugosa, tutta crepiti e arricciamenti, come si vede in certi paesaggi friulani. Ma c’è ancora serenità e contemplazione gioiosa della natura e della vita.

Negli anni sessanta non più tinte chiare; gli azzurri cupi, i verdi marci dominano la tela come l’anima; l’immagine, come l’anima, si sfalda con una muta disperazione, nell’impeto della pennellata impetuosa, talora scomposta. Rabbia o smarrimento: questo trasmette l’impasto, sempre sapiente, sempre carico di emozione poetica, pur in quell’annullarsi espressionista. Tutto questo, però, nel chiuso del suo studio, saturo del suo “io” più segreto. Fuori, invece, immerso nei suoi amati paesaggi friulani o del veneto orientale, nel disegno, nei veloci pastelli nei quali è l’immagine che comanda, non il pensiero, la natura del mondo, non la propria, lì, all’aperto, lì sono le pause di riposo, con tratti e colori ancora sereni e brillanti. Riposo da un tormento interiore che porterà fatalmente e tragicamente al lacerarsi della tela della sua vita.

L’ultimo autoritratto

                                                                             (da: Licio Damiani, Giancarlo Pauletto, Vittorio Vida)



Un quadro al giorno: “Forni di Sotto”,

di Luigi Diamante (1930)

Composizione di Francesco Lamendola

Un uomo piccolo e magro entra nella classe, in un silenzio che si potrebbe tagliare col coltello. Ha la barba mal rasata, indossa una giacca di lana sportiva e i suoi occhi brillano di una luce penetrante, mobilissima. Non certo giovane – ha più di sessant’anni – si muove a scatti, con una nervosa agilità, come se il tempo non gli pesasse minimamente. Nei banchi, i ragazzi trattengono il fiato: lo stimano, ma ne hanno anche un sacro terrore. Le sue sfuriate sono memorabili. È il professore di disegno, Luigi Diamante: un pittore che ha fatto dell’arte la sua ragione di vita e che vorrebbe trasmettere loro almeno un po’ di quel sacro fuoco indomabile, che lo consuma. Chi, come lo scrivente, ha avuto il privilegio di trovarsi seduto su quei banchi, e di farsi piccolo, come tutti gli altri, quando il professor Diamante si accingeva a interrogare qualcuno, non ha più dimenticato i suoi modi, la sua voce, la sua genialità, la sua lezione di vita.

I suoi studenti, li mandava in giro per la città armati di un blocco e una matita. Niente gomma e, soprattutto, niente strumenti: mai, per nessuna ragione. «Quattro segni!» era il suo motto, che non si stancava di ribattere loro nel cervello: intendendo dire che, per esprimere un paesaggio, non c’è bisogno di tanti particolari: bisogna saper andare all’essenziale, cogliere l’anima delle cose. Quattro segni veloci, decisi, senza ripensamenti: quattro segni di matita per catturare una casa, un cortile, una via; per dare vita e movimento a un foglio di carta.

“Quattro segni!”

E che scoppi d’ira, se si accorgeva che qualcuno aveva cercato di abbellire il proprio disegno con l’aiuto del righello o della squadra! Per lui, non c’era delitto peggiore di quello. Detestava il conformismo. Non ammetteva furbizie e piccole scappatoie; era un puro e, forse, un puritano.

L’arte, per lui, era tutto. Era anche modesto, come quasi tutti i friulani. Non parlava mai di se stesso, delle sue opere; solo in seguito i suoi ragazzi vennero a sapere che era un pittore, e un pittore di valore; anche se, come succede, i maggiori riconoscimenti gli son venuti, purtroppo, dopo la morte. Un brutto giorno, alcuni anni dopo, in città si sparse la notizia che il professor Diamante era morto. Si diceva a mezza voce che era morto tragicamente. Tutti coloro che gli hanno voluto bene, che lo hanno ammirato e che hanno contratto un debito di gratitudine nei suoi confronti, sono rimasti profondamente scossi. Ma non vogliamo ricordarlo così, Luigi Diamante, quando – carico di angosce e di preoccupazioni – fu sopraffatto dal senso di impotenza e decise di farla finita. No, non così: ma come quel professore pieno di entusiasmo, come quell’uomo pieno di vita e di un’energia travolgente, irresistibile, contagiosa, che riempiva di sé tutta la scuola.

Un uomo fuori dal comune; un uomo posseduto da una sola, grande passione; un uomo raro, capace di comprendere e valorizzare le capacità dei giovani; un uomo intelligente e buono, dietro la ruvida scorza del burbero intransigente. Un maestro non solo nell’arte, ma anche nella vita. Un maestro che, anche a distanza di tanti anni, è rimasto nitido nella memoria di quanti l’hanno conosciuto.

Il percorso artistico di Luigi Diamante è stato lungo ed intenso e copre un arco di mezzo secolo, dall’inizio degli ai Venti al principio del 1971. Nelle ultime opere, più tormentate, ma anche più complesse e strutturalmente elaborate, la tavolozza si fa più scura, il tratto più nervoso, la pennellata più densa e pastosa, quasi espressionista.

Anche nei disegni, e soprattutto nei ritratti, si nota la tendenza a concretizzare il disvelamento del lato nascosto della realtà, mediante un tratto svelto ed assai vigoroso; una linea che, michelangiolescamente, sembra quasi voler sottrarre ciò che è superfluo, piuttosto che aggiungere elementi compositivi. In un certo senso, i ritratti a matita, ma anche quelli ad olio, come il notevole «Autoritratto» dallo sguardo penetrante e dalla atmosfera vangoghiana, sono anche e soprattutto degli studi psicologici, dei momenti di intensa verità interiore.

“In lettura”, 1970 “Mio padre”, olio, 1940

L’opera su cui vogliamo soffermare adesso la nostra attenzione, però, appartiene a una fase più serena e luminosa del percorso artistico di Luigi Diamante. Si tratta della tela a olio intitolata «Forni di Sotto» (cm. 31 x 37), del 1930, e ci immerge in un clima più disteso, dalla tavolozza schiarita e dalla linea più dolce e armoniosa.

Luigi Diamante amava la montagna, ai cui paesaggi ha dedicato parecchie opere. Al tempo stesso, gli oggetti della sua pittura – e questo vale anche per i paesaggi alpini – non hanno mai una funzione decorativa, non sono mai semplicemente descrittivi. I suoi paesaggi, come quelli di Gauguin o di Van Gogh, hanno un’anima da raccontare; o, per dir meglio, sono essi stessi “anima”. Così come nei ritratti egli punta dritto verso l’anima delle persone, così nei paesaggi sa andare direttamente fino all’anima dei luoghi.

Negli anni Venti e nei primi anni Trenta – il periodo cui appartiene Forni di Sotto – i suoi paesaggi preferiti sono i poveri borghi di paese o della periferia cittadina; le giostre e i baracconi circondati dalle case popolari e da un po’ di verde urbano; qualche orticello o giardinetto racchiuso nella cerchia di vecchi edifici; o, ancora, delle umili abitazioni ricoperte dalla neve, sotto un cielo livido e triste, come nella Montmartre ancor quasi rurale di Maurice Utrillo.

“Alle giostre”, 1920?. La prima opera di Diamante conosciuta e rimasta.

Da quelle tele, raramente animate dalla presenza umana, si comunica un senso di abbandono, di solitudine, di tristezza e, talvolta, di squallore; eppure, al tempo stesso, anche un senso di verità, di rude, austera semplicità e schiettezza: come se la vita avesse cose troppo importanti di cui occuparsi, che non la bellezza esteriore.

Sono opere commoventi, a loro modo: testimonianze di un tempo – che oggi sembra così lontano, ma che è trascorso tanto in fretta – in cui essere poveri non era ancora motivo di vergogna, perché era una condizione relativamente comune; e in cui il linguaggio delle cose era fatto di una sobria, pudibonda e quasi scontrosa nudità.

(…)

Nel quadro Forni di Sotto possiamo ammirare un momento insolitamente sereno nell’itinerario di questo artista inquieto, colto con la morbidezza cromatica e con la nitidezza formale che appartengono a certe opere della prima maniera di Eduard Munch; e con una vena sottilissima e quasi impercettibile di vaga inquietudine.

Sulla sinistra, in primo piano, una baita di legno, della quale si scorge solo uno spigolo e l’angolo del tetto: colta in controluce, spicca fortemente, col suo marrone scuro, sulle tinte più tenui del secondo piano. Al centro, una stradina che taglia per i prati, in una prevalente tonalità color ocra e marroncino: la stagione, dunque, è autunnale. Sulla destra, una casa a due piani rappresentata quasi per intero, con il duplice tetto spiovente, con il cancelletto di legno e le piccole finestre, e con l’alto camino che pare il fumaiolo d’una nave a vapore.

Sullo sfondo, una nuda montagna piramidale color indaco, che risalta contro il crema della casa e  il marroncino dei pascoli ; e, sopra di essa, un cielo azzurrino che rischiara la scena, ma senza illuminarla veramente; perché la scena è luminosa, ma di una luce diffusa e senza sole – come, appunto, nelle giornate autunnali in montagna. Le superfici di colore sono relativamente uniformi; l’aria è nitida; i contorni degli oggetti – la strada, le due case, la montagna dominante – sono netti, senza sfumature. L’intera scena ha la dolcezza malinconica e l’estatico raccoglimento di un’abbazia immersa nel silenzio: è una scena religiosa nella sua francescana, disadorna bellezza e nel senso di accettazione della vita che è proprio degli spiriti umili. La si direbbe la traduzione sulla tela dei canoni della “poesia onesta” di Umberto Saba: pittura di verità, che non vuole abbellire le cose, perché esse possiedono già una soavità intrinseca e inconsapevole, come quella di una fanciulletta che non sa ancora di essere bella.

Forni di Sotto è un omaggio alla vita, ai ritmi della natura, ai silenzi carichi di musica interiore, alla struggente purezza del reale. È l’opera di un artista puro, che vede nel mondo una finestra spalancata su noi stessi, sulla nostra verità di esseri umani.Per questo, la montagna dipinta da Luigi Diamante non è né romantica, né eroica, né grandiosa, né sublime. È semplice e quasi dimessa, come lo sono (o, forse, lo erano) le donne del Friuli, abituate a una vita di lavoro, di sacrifici, di solitudine: con i figli e i mariti emigranti, e una casa da mandare avanti, nonostante tutto.

“Testa carnica”, 1934 “Angiolina”, 1934

Eppure è una montagna colta con amore, con delicatezza, con tutto il pudore di un animo gentile; una montagna che parla al cuore, sena bisogno d’inutili discorsi. È la Carnia nobilmente povera, ma fiera, cantata da Carducci ne  Il comune rustico. Se non siete mai stati in Carnia, guardate questo quadro di Diamante.  Quelle due case e quel monte sullo sfondo vi diranno più cose su di essa e sulla sua gente, di quante non potrebbero mai dirne più di cento discorsi.

Francesco Lamendola

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 28/10/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 Ottobre 2017

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La moglie, Vittorina, lo ha sempre seguito …